Gian Luigi Porelli
Gian Luigi Porelli

Il giorno in cui Gianluigi Porelli ricevette il riconoscimento per la 'Hall of Fame' di basket a Bologna nel febbraio 2007, rilasciò ad Alessandro Gallo del Resto del Carlino questa intervista.


Avvocato, lei nella Hall of Fame: complimenti.

«Grazie, sono contento».



Per lei, però, non è il primo premio.

«Ne ho diversi, pure uno speciale».

Quale?

«Le racconto una storia».

Vada.

«Ho guidato la Virtus dal 1968 all’89. In quel 1989 mi sentivo al capolinea, stanco. Eravamo 4-5 soci che poi avrebbero venduto a Gualandi. Manifestai l’intenzione di lasciare e la voce cominciò a girare».

E cosa successe?

«Mi arrivò a casa un libro di pagine bianche. In testa una lettera che mi invitava ad andare avanti».

E nelle pagine bianche?

«Firme. Le ho contate: erano 1.200 firme di persone che mi chiedevano di restare alla guida della Virtus. Qualcuno dei firmatari lo conoscevo, ma 1.200 sono tanti».

Si parla tanto di Uleb: lei è il papà dell’Unione delle leghe europee.

«L’ho fondata io, ma l’idea fu di De Michelis, non posso prendermi meriti non miei. Non ero socialista, ma De Michelis è stato un personaggio straordinario che ha fatto tanto per il basket senza mai chiedere nulla in cambio».

Il ricordo più bello?

«Lo scudetto dell’84. Ma posso citare tre canestri in fila di Buzzavo dalla posizione di post basso contro Livorno. Era lo spareggio del 1971 per non retrocedere. Non ci fossero stati quei canestri la storia sarebbe cambiata».

Il ricordo più brutto?

«Nessun dubbio, Strasburgo, 1981, la finale di Coppa dei campioni. Arrivammo là: le prime file erano occupate dagli israeliani, nonostante avessimo diviso i biglietti a metà. Andai da Stankovic: non volevo giocare».

E poi?

«Mi convinsero i miei giocatori. Avevano ragione loro: bisognava giocare, però…».

Però?

«Ho avuto ragione io: perdemmo con tante fischiate assurde. Non ho mai digerito quella sconfitta».

Torniamo allo scudetto della stella.

«Titolo speciale per come maturò».

Perdeste gara due in casa, in piazza Azzarita.

«Non solo. A Milano, gara tre, Bariviera andò in lunetta per due tiri liberi. Li sbagliò entrambi: poi Brunamonti ci diede il +3 finale. Tornammo da Milano in pullman: piazza Azzarita strapiena. Tutta gente che ci aspettava per festeggiare: Andalò aveva acceso tutte le luci del PalaDozza. Scesi dal pullman prima di arrivare in piazza, per defilarmi. Uno spettacolo incredibile».

I colpi di mercato?

«Villalta prima e Brunamonti poi. Brunamonti era già sulla strada di Pesaro».

Poi che accadde?

«Il presidente di Rieti venne nel mio studio. Volevo Brunamonti, ma aveva già un mezzo accordo con Pesaro. Gli dissi: apri quella borsa. C’era un miliardo di vecchie lire in contanti. Lo convinsi così».

Gli stranieri?

«Due: Richardson e Cosic. Richardson forse è stato il colpo più incredibile. Andai a parlare personalmente con Stern nella Nba: Sugar riprese a giocare».

Cosic?

«Fummo fortunati».

Perché?

«Ero a Modena, a casa di un amico. Mi disse che a Cosic avrebbe fatto piacere giocare nella Virtus. Non lo lasciai finire: salii in auto e andai a Lubiana, dove si trovava Kreso in quel momento. Ci accordammo in pochi minuti. Ho avuto tanti buoni giocatori, come Driscoll, per esempio, ma Cosic…».

Dica.

«Una volta andai all’allenamento. C’era un po’ di elettricità. Cosic in campo fermò il gioco tenendo la palla in mano. Guardò Caglieris, che era un signor giocatore, e gli disse: ‘Per fare le case servono muratori e ingegneri. Voi siete i muratori, io l’ingegnere’. Dopo, vincemmo sempre».

Tanti colpi, ma le bufale?

«Bufale mai, un rimpianto sì».

Quale?

«Ero grande amico di Conti, proprietario della Fortitudo. Avevamo già preso Ferro, avevamo bisogno di una guardia. Lui mi disse di prendere un lungo, non mi lasciai convincere».

Chi era quel lungo?

«Magnifico; con lui avrei vinto 2-3 scudetti in più».

E’ stato l’unico errore?

«L’unico del quale mi sono reso conto. Chissà quanti ne ho fatti, in tutti questi anni...».