Lutti - Avv. Porelli. Messina: Mi prese per le giovanili, capii subito che ero come Jaki Elkann: pre
«L´avevo visto stanco. E soprattutto malinconico. Come non credevo d´aver mai visto, in quasi trent´anni che lo conoscevo, l´avvocato». Da Madrid, Ettore Messina parla piano. Dal Toniolo era passato, una settimana fa, il giorno prima di volare in Spagna per avviare l´avventura Real.
Sapeva bene, già uscendo, che sarebbe stata l´ultima volta.
E la prima, Ettore, ricorda?
«Come si può scordare? Estate ‘83, sono a Bologna per il clinic di Bobby Knight, dormo in stanza con Pasquali alla pensione Perla di via San Vitale e una mattina mi chiama l´avvocato. Lo sapevo, lui aveva chiesto al mio capo d´allora, il povero Mangano, di cui ero vice a Udine, ma ero lo stesso agitatissimo. Le sette e mezzo: sono Porelli, vediamoci, vengo da lei. Mah, in quel posto, con tutto il rispetto, c´era un po´ di viavai, e risposi: preferirei venire io. Bene, fa lui, casa mia. E così, sotto il famoso De Chirico in salotto, ci accordammo. Sognavo la Virtus da sempre, firmai per tre anni. La clausola era che, dopo ognuno di questi, poteva mandarmi via. Fu generoso, però, e già alla prima stagione, dopo un derby Cadetti perso, roba da spararsi, allora ero così, mi chiamò e tolse la clausola. Poco dopo lo fece anche con Bucci per la prima squadra. Generoso sempre, lo ricordo così».
In qualsiasi vulgata, Messina è il figlioccio di Porelli. Eppure, mai guidata una Virtus dell´avvocato.
«Certo, i miei presidenti furono Francia, Gualandi, Cazzola, Madrigali. Però con Porelli, ben presto, capii di essere lo Jaki Elkann della situazione. Allevato per raccogliere l´eredità, chiamato a studiare per succedere al trono. Ognuno ha il suo avvocato».
Che Virtus era quella di Porelli?
«Un posto con un fortissimo senso del club, dell´organizzazione, d´una convivenza di persone, ancor prima che di atleti. Dove badavano ai congiuntivi o poteva arrivarti in regalo, come a me, un tomo che era il manuale per l´uso delle risorse umane, d´un guru americano dell´epoca. Usi che sono rimasti a tutti: non solo io, ma Consolini, Bucchi, Valli, se in giro c´è una luce accesa la spegniamo. Ci siamo tornati anche da casa, in palestra, col dubbio che fosse accesa. Porelli t´affidava una squadra, ma pure il luogo. Però condividevi. Lui passava per autoritario, ma tu facevi le cose perché ci credevi».
Nell´89, quando Francia la nominò in prima squadra, Porelli che le disse?
«Era felice, ma pure terrorizzato che il gruppo fosse troppo debole. Via Villalta, via Bonamico, Binelli in quintetto. Finì che fui io a confortare lui».
Quali giocatori amò di più?
«Tanti, e non sarebbe giusto far classifiche. Li amava, poi c´erano periodi in cui soffriva e se ne scostava. Era così, passionale. Ma sempre diretto. Ci mancherà, l´avvocato, mancherà a tutti, un altro pezzo di vita che se ne va con chi non c´è più».





