NBA Playoffs Analysis: Orlando non è ancora pronta per il titolo
Non a caso, lo sweep è stato evitato per un pelo. C'è da domandarsi il perché, dopo due 4-0 consecutivi contro Charlotte ed Atlanta che avevano condotto i Magic alla finale di conference come unico team imbattuto nonché, probabilmente, il più in forma.
I Boston Celtics hanno evidenziato tutti i limiti di Orlando. La franchigia della Florida dispone di un roster ricco di talento, profondissimo e gestito alla perfezione da quel grande stratega che risponde al nome di Stan Van Gundy. Inoltre in canotta biancoblu c'è pure il miglior difensore della Lega, tale Dwight Howard, che nella sua metà campo spesso rappresenta un vero e proprio portiere, per la capacità di andare in aiuto e riempire il pitturato. Eppure...
L'ottima regular season e l'ancor migliore inizio dei playoffs hanno fatto dimenticare la mancanza di Hidayet Turkoglu, giocatore chiave lo scorso anno, dato che gli innesti di Carter e di Barnes parevano aver colmato le lacune nel reparto esterni. Niente di più falso. Il turco – peraltro reduce da una stagione ridicola a Toronto, dove non ha intenzione di tornare – era l'unico vero passatore della squadra e l'uomo in grado di assumersi le responsabilità offensive nei momenti caldi. Gli Orlando Magic versione 2009/2010 hanno palesato in modo drammatico queste carenze. Chi è la prima opzione di questa squadra? Bella domanda. Di sicuro non lo è Howard. Il suo gioco spalle a canestro è sempre prevedibile e inefficace, perchè non riesce ad utilizzare al meglio il corpo per aggredire il canestro. Il tiro dalla media è praticamente inesistente, come pure la capacità di scaricare sul perimetro dopo essere stato raddoppiato. Molto spesso il suo utilizzo del piede perno lo fa partire quasi da 4 sulle tacche per andare a battere l'uomo dal palleggio, ma è ovvio che questa non possa essere una soluzione da cavalcare troppo a lungo. Assai diversa, invece, la musica in ricezione dinamica, specie giocando il pick and roll con Nelson. Tuttavia Howard continua a mostrare di non aver compiuto quei progressi necessari a farlo finalmente divenire una stella NBA su due lati del campo. Che poi non sia lui l'uomo che cambia i destini della franchigia – dal punto di vista offensivo, ben inteso – lo si è visto anche nell'ultima gara-6 al TD Garden: Howard puo' realizzare pure 30 punti o giù di lì, ma i Magic non vincono la partita.
Chi sono gli uomini-chiave (non i go-to-guy, perché non ce ne sono), dunque? Due nomi su tutti: Rashard Lewis e Jameer Nelson. Il primo in teoria sarebbe il perfetto complemento alla strabordanza (potenziale) di Howard, essendo per attitudine un 3 perimetrale adattato da 4; il secondo è la classica guardia con fisico da (mini)play, poco fosforo ma razzente e attaccante pericolosissimo anche da oltre l'arco. Purtroppo per Stan Van Gundy i limiti caratteriali di Lewis vengono sempre a galla ed il suo apporto è tanto altalenante quanto non lo è il suo contratto da superstar (che chiaramente non merita); per quanto riguarda Nelson – che di Rondo non ha potuto fare altro che prendere la targa – si tratta di giocatore troppo figlio delle sue scorribande, incapace di gestire tecnicamente ed emotivamente una squadra che punta al titolo (almeno: per ora) e in difesa piuttosto rischioso, tanto per abitudini quanto per caratteristiche fisiche. Di certo nè Felton, nè Bibby lo avevano messo troppo in difficoltà. Appare evidente poi quanto la qualità della circolazione di palla migliori con in campo al suo posto Jason Williams, dotato di ben altro iq cestistico, ma che non puo' essere ovviamente il titolare nel ruolo.
Resta l'altro grande punto interrogativo: lui, Vince Carter. La fama di vincente non l'ha mai avuta e di certo la musica non cambierà dopo la serie con Boston. Non una prima punta, non più in grado di creare dal palleggio, troppo altalenante dal perimetro. A lungo si è avuta la sensazione che JJ Redick (a parere di chi scrive l'unico Magic a destare impressioni veramente positive, a prescindere dalle statistiche) fosse maggiormente adatto all'attacco dei Magic. Inoltre Carter continua a palesare troppe pause mentali: va bene nella regular season e contro un paio di squadre inadeguate (per motivi diversi) nei primi turni dei playoffs, ma quando il gioco si fa duro arrivano i Celtics e sono dolori. Ecco perché la mancanza di una point-forward come Turkoglu si sente eccome. Poco da aggiungere sugli altri: Barnes sembrava, agli occhi di tutti, il tassello perfetto con la sua duttilità difensiva e la pericolsità da 3 punti, tuttavia la verità è che Pierce lo ha per larghi tratti surclassato. Pietrus è l'ombra dello splendido giocatore ammirato lo scorso anno. Bass ha visto pochissimo campo ma conferma che a questi livelli puo' soltanto recitare un ruolo da gregario e nulla più.
Squadra compatta, ma nei playoffs serve altro. Per il secondo anno consecutivo Orlando è lì a giocarsi le sue chances ma – sia l'anno scorso in finale contro i Lakers, sia quest'anno contro Boston al turno precedente – pare mancare ancora qualcosa. Non sempre si possono mascherare i problemi nell'attaccare la difesa schierata (perché passatori di qualità che facciano partire l'azione non ce ne sono e veri giocatori di post basso neppure) alzando il ritmo: i rientri difensivi dei Celtics sono da manuale e alla lunga devi adeguarti e provare a muovere con più pazienza quella difesa. Stan Van Gundy per molte cose resta un mago, ma comincia ad essere preoccupante che i destini della sua squadra dipendano quasi esclusivamente dalle percentuali al tiro da 3 punti.
E ora? Matt Barnes ha già dichiarato che vuole uscire dal contratto ed esplorare il mercato dei free agent, pur indicando Orlando come destinazione più gradita: «è il momento per me e la mia famiglia di vedere che cosa è meglio per noi» dice l'ipertatuata ala piccola, «ho sempre detto durante l'anno che mi è piaciuto molto stare qui e mi piacerebbe tornare. Ma penso di sapere più di altri che si tratta di business». Pure Brandon Bass non è sicuro di restare. Pare che il lungo ex-Mavs abbia chiesto al gm Otis Smith ed al coach Stan Van Gundy un maggiore impiego, altrimenti preferirebbe essere scambiato e fare armi e bagagli verso nuovi lidi. Infine proprio Otis Smith si è espresso a proposito dell'estate dei Magic: non ci saranno grossi cambiamenti nei roster, a meno di situazioni impreviste. Il gm crede infatti che Orlando disponga già ora di un personale in grado di vincere il primo anello NBA. Chi vivrà vedrà.







