Quotidiani, profondo rosso. Crollano tirature e vendite, la pubblicità trasloca su internet e la for
E' quanto emerge dal "Rapporto 2010 sull'industria italiana dei quotidiani", realizzato dall'Osservatorio Tecnico per i Quotidiani e le Agenzie di stampa "Carlo Lombardi". Se nel 2006 la tiratura del settore ammontava complessivamente a quasi otto milioni di copie e le vendite in edicola superavano i 5,5 milioni, solo tre anni dopo tali quote si sono ridotte rispettivamente a 7,1 e 4,8 milioni.
Il Corsera perde 90mila copie in un anno, Il Sole -52mila e Repubblica -53mila. I dati Ads.
I quotidiani in Italia? Un tracollo senza sosta, iniziato negli anni scorsi e - a quanto sembra - destinato a proseguire ancora nei prossimi. E' quanto emerge dal "Rapporto 2010 sull'industria italiana dei quotidiani", realizzato dall'Osservatorio Tecnico per i Quotidiani e le Agenzie di stampa "Carlo Lombardi" e presentato nel corso della XIII edizione di WAN-IFRA Italia, la conferenza internazionale per l’industria dell’editoria e della stampa quotidiana organizzata in collaborazione con la Fieg, la Federazione degli editori.
Basta qualche numero per dipingere un quadro drammatico: se nel 2006 la tiratura del settore ammontava complessivamente a quasi otto milioni di copie e le vendite in edicola superavano i 5,5 milioni, solo tre anni dopo tali quote si sono ridotte rispettivamente a 7,1 e 4,8 milioni.
Ancora più sconcertante il dato che riguarda l'occupazione: si è passati dai 12.500 addetti del 1990 ai 6.200 del 2009. In meno di vent'anni, insomma, la forza lavoro impiegata dai quotidiani si è dimezzata. Del resto, i margini operativi delle aziende editoriali sono crollati ai minimi storici proprio l'anno scorso, toccando numeri negativi che fanno presagire nubi ancor più nere alll'orizzonte.
Significativi sono i dati relativi alla pubblicità: se nel 2000 i quotidiani cartacei si accaparravano un quarto della torta complessiva, nove anni dopo la quota era scesa sotto il 19%. Non va meglio ai periodici, passati nello stesso periodo dal 15 all'11%, mentre a beneficiarne sono stati la tv (dal 51 al 54,5%), la radio (dal 4,6 al 5,5%) e soprattutto internet, che dallo stadio embrionale di dieci anni fa (quando pesava per lo 0,8% sul mercato pubblicitario complessivo) è passata al 7,3% del 2009. Più della radio, delle affissioni e del cinema, e non così lontano dai periodici, quindi.
Come logica conseguenza, il prezzo di vendita medio di un modulo di pubblicità sui quotidiani, sempre fra il 2000 e il 2009, si è esattamente dimezzato, con conseguenze immaginabili sui bilanci degli editori, che devono fronteggiare anche il calo dei ricavi derivanti dalle vendite. La conclusione è quella che l'Osservatorio definisce "il paradosso dell'informazione in rete": se infatti l'informazione è uno dei "motori" di internet, si nota però che gran parte dell'informazione "nasce nelle redazioni tradizionali". E i responsabili della ricerca si chiedono: chi paga? Domanda ancora in cerca di risposta.


