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La vera storia…..

 

Era il lontano inverno 1969 ed io, ancor giovane allenatore, toccavo il cielo con un dito perché mi aveva ingaggiato la mitica Ignis di Varese per allenare la squadra Juniores. A quel tempo ero il primo piemontese d.o.c. che riusciva ad uscire dai confini, dopo una bella manciata di titoli regionali giovanili consecutivamente conquistati.

 

A Varese, primo anno dell’era Aza Nikolic, le cose procedevano bene per tutti, quando mi fissano un esame universitario alle ore 17.00 di lunedì, a Torino. Dramma … non avrei potuto condurre l’allenamento del pomeriggio. Il General Manager Giancarlo Gualco mi sprona a parlarne direttamente con il “Professore di Bosnia”, per farmi sostituire da Lui.

 

A dire il vero, nonostante la comune frequentazione di palasport e di palestre e lunghe chiacchierate tecniche strappate davanti alle slot machines del Club, mi vergognavo come un ladro a chiedere il favore, perché la distanza interpersonale era abissale; ma il venerdì vado da Lui e gli espongo timidamente i fatti.

 

Prima risposta: “Nema problema! Io faccio allenamento con juniori! Su cosa stai lavorando?“
“Beh, Professore… sto facendo esercizi sul contropiede… e poi ….”


Scatta subito la seconda severa risposta del Professor Nikolic: “Boero, con tutto che sai, tu devi imparare a fare programma: programma di anno, poi di mese, poi di giorno!.... “

 

Ora che ci penso, era come dicesse; ehi, giovane, riaccendi il tuo cervello: una forte scossa per uno come me che aveva già superato corsi e clinic nazionali di ogni livello, e che non si era mai soffermato sulla parola programmazione, sem- plicemente perché essa non faceva parte del mio orizzonte di valori tecnici.


Da quel giorno di 45 anni fa, quel chiodo è fisso, e mi è rimasta addosso la convinzione che tutti noi allenatori avremmo dovuto imboccare quei binari dai quali sarebbe stato poi difficile deviare, specialmente nei differenti livelli delle categorie del settore giovanile. Lo avrei capito negli anni, da solo, confrontandomi con tutte le possibili varianti del basket giovanile all’amatriciana.

 

E mi spiego meglio: come puoi credere tu, coach, che il giocatore capisca e segua le tue preziose indicazioni tecniche se al primo tentativo di tiro gli dici: “spezza il polso“, al secondo “stendi il braccio“, al terzo “piega le gambe“ al successivo “ricadi in equilibrio“ e, da ultimo, “allarga le dita“? In virtù di quale principio pedagogico lo bombardiamo con tanti stimoli tecnici?


Non dobbiamo offrire tutte le soluzioni precotte, pre-digerite e pre-masticate. Le nostre palestre non sono dei Mc Donald, ma più spesso devono assomigliare a uno Slow- food, dove si rimodellano programmi ed allenamenti con una stesura informata, organica, progressiva e sempre migliorabile, con un orientamento di- dattico consapevole che accompagni un modello della pallacanestro giovanile chiaro, trasferibile, condivisibile e coerente con le proprie idee ed esperienze.
La semplicità e la progressività del metodo di lavoro sono la vera risorsa per il futuro dei nostri giovani giocatori.

 

Tutto questo tempo è servito a crescere la conoscenza, e a non smarrire quel lieve distacco dalle emozioni che solitamente accompagna chi agisce in un mondo dove tutto nasce e diventa rapidamente precario, ivi compresa l’età di un esordiente o di un “under“, o il titolo italiano, o l’ultima posizione nel girone provinciale.

 

Buon lavoro a tutti.

Bruno Boero

 

 

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