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Fa veramente impressione vedere spalti così desolatamente vuoti in NBA, oppure il fallimento di Girona, squadra spagnola che solo lo scorso anno è stata  finalista di Uleb Cup, e la querelle del Kavala-Panorama in Grecia, prima esclusa per motivi economici, poi riammessa al massimo campionato greco.

Fa ancora più scalpore la recente tempesta che sta attraversando il basket russo, una volta terra di dollari facili per i migliori cestisti d'Europa e non solo, ma adesso in preoccupante fase di ridimensionamento, per via delle difficoltà che attanagliano le grandi industrie, i cui rubli mantengono praticamente da soli in vita il basket locale. Il crack lo scorso anno della Dinamo San Pietroburgo era stato un triste presagio. Addirittura lo Zalgiris Kaunas, storica formazione lituana, ha rischiato il fallimento, mentre formazioni ucraine dal budget clamoroso e in costante ascesa come l'Azovmash Mariupol  hanno subito la diaspora dei propri americani per via dei crescenti problemi economici. Anche in Turchia, il Besiktas dei grandi investimenti dell'anno passato ha grossi debiti.

Colpa della recessione mondiale, certo, causata dalla scriteriata condotta del sistema bancario americano, ma colpa anche di una non oculata gestione economica delle società cestistiche, che molto spesso hanno fatto passi più lunghi della gamba andando oltre le proprie possibilità. E' bastata una crisi economica a far saltare fuori crepe e conti in rosso anche in quelle franchigie che parevano intoccabili superpotenze. Ed allora è facile comprendere che evidentemente il basket europeo non sia fondato su basi solide, ma sia piuttosto un colosso dai piedi di argilla. L'Italia non ne è rimasta immune.
Negli anni '70 e '80 il nostro campionato era considerato il più competitivo dopo la NBA:  l'arrivo costante di campioni e il dominio in Europa ne erano la prova. Pochi sanno che Kevin McHale, grande ala dei Celtics negli anni '80, appena uscito dal college, è stato ad un passo dal venire a giocare a Milano. Altre stelle USA come Bill Bradley, Joe Barry Carroll e Bob McAdoo con l'Olimpia invece ci hanno giocato, vincendo di tutto. A Caserta brillarono le stelle di Oscar Schmidt e Charles Shackleford, nella Roma di Gardini ricordiamo Danny Ferry e Brian Shaw,  Napoli si deliziò con Walter Berry ed Alex English, Pesaro con Darwin Cook e Darren Daye. Negli anni '90 giocarono nel Belpaese supertalenti come Toni Kukoc a Treviso, Sasha Danilovic e Antoine Rigaudeau a Bologna, fino ad arrivare a Manu Ginobili, stella della Virtus del Grande Slam 2001 targato Messina.

Poi, il fallimento, impensabile, della stessa Virtus Bologna, e il successivo crack di Pesaro, hanno improvvisamente riportato tutti con i piedi per terra. Spese superiori alle entrate, tasse alle stelle, difficoltà nel trovare sponsor adeguati: questi i problemi che improvvisamente ogni proprietario si è trovato ad affrontare. Specchio della crisi economica che ha colpito l'Italia già molti anni addietro, ma naturalmente anche dell'illusione di proprietari convinti di un ritorno economico che giustificasse i grandi investimenti e debiti accumulati verso banche e fisco. Ritorno economico che non c'è stato, purtroppo. L'unica soluzione percorribile non poteva che essere quella di ridurre il budget iniziale, ma ciò significava tagli agli ingaggi ed anche agli investimenti nel settore giovanile. L'impatto è stato devastante: i migliori stranieri hanno preferito andare a giocare nelle allora floride Russia, Grecia o Spagna, mentre da noi sono scomparsi gran parte dei vivai che da sempre sono stati la linfa vitale del basket nostrano. La legge ''Bosman'' del 1996 e l'arrivo di comunitari a basso costo non ha di certo aiutato, provocando la sopravvalutazione dei già pochi talenti italiani in giro, così come la legge ''Sheppard'' di pochi anni dopo.

Il risultato è che il livello del nostro campionato è sceso ai minimi storici, e ciò ha prodotto un calo generale di interesse  da parte di potenziali nuovi grossi investitori, già di per sè, questi ultimi, restii a spendere nel basket in una nazione calciofila e dove il ''pallone'' offre maggiori garanzie di stabilità dal punto di vista economico. La crisi ha investito in pieno squadre prestigiose come Milano e Benetton, che sono comunque riuscite a sopravvivere, ma peggio è andata a piazze che vivono di basket come Reggio Calabria o Fabriano, oggi prive una squadra professionistica.  La stessa Roseto, città dove la pallacanestro è tradizione, è solo da quest'anno ritornata in Legadue dopo due anni dal fallimento, rilevando proprio i diritti di Fabriano.

All'inizio dell'attuale stagione la pallacanestro italiana ha subito poi il colpo di grazia dal punto di vista dell'immagine con la scomparsa di Napoli e Capo d'Orlando, prima iscritte al campionato in luglio, poi escluse a metà settembre dal Consiglio Federale su segnalazione della Comtec, lo stesso organismo che solo due mesi prima ne aveva avallato l'ammissione.  La Camera di Conciliazione e Arbitrato del Coni dava poi la definitiva sentenza di esclusione. Il tutto a pochi giorni  dall'inizio del campionato.  In realtà le due squadre da tempo erano costrette a far fronte a problemi economici. Naturalmente non erano le sole. La stessa neopromossa Rieti lo scorso anno aveva rischiato di non iscriversi al campionato ed era poi stata penalizzata di due punti per irregolarità, ed anche nell'attuale stagione la Nuova Sebastiani ha avuto diversi problemi con il rischio a luglio, poi scongiurato, di una mancata iscrizione, e la fuga settembrina di Donnell Harvey e Tim Pickett.  Anche altre squadre del nostro massimo campionato non navigavano o navigano nell'oro, ma la situazione di Napoli e Capo d'Orlando, così come hanno rivelato le inchieste federali, era probabilmente più complicata. Vittorio Festa (da Basketnet.it)